ciascuna delle due pietre (o macine) di figura circolare e sovrapposte con foro centrale che servono per macinare: quella inferiore, detta fondo o dormiente, è fissa, piana di sotto e a cono schiacciato sopra; quella superiore, detta coperchio o macina corrente, è piana sopra e incavata sotto, in modo da combaciare con la parte superiore del fondo. Lo spessore di ciascuna macina, di solito, s’aggira intorno ai 20 centimetri, mentre il suo diametro varia da 120 a 150 centimetri.
In molti casi ogni singola macina è costituita di vari pezzi di pietra molare assemblati e tenuti stretti e compatti da una necessaria cerchiatura. Le superfici macinanti, cioè la faccia inferiore del coperchio e quella superiore del fondo sono di solito scanalate con regolarità per mezzo di canali o scanalature o solchi, più o meno radiali che si irradiano anche con profilo curvilineo dal foro centrale (ma non mancano pure altre forme geometriche più o meno regolari): il loro scopo era di frangere meglio i cereali, di ridurre l’attrito della superficie lavorante evitando altresì il surriscaldamento delle superfici, e di agevolare la fuoriuscita delle farine. L’operazione della macinatura avviene infatti per pressione e sfregamento e in modo di scaricare poi la farina all’esterno delle mole: ciò avviene anche con l’impiego di particolari accorgimenti (leve od altro), cioè con la temperatoia, congegno con cui si possono regolare la distanza delle macine e, di conseguenza, la finezza del macinato. In realtà si verificavano tre trasformazioni successive delle granaglie ad ogni giro di macina, mentre andavano dall’occhio alla periferia: la triturazione dei grani, la loro raffinazione ed infine la loro polverizzazione, con cui terminava il processo di macinazione. Si parla poi di macina ingorda, quando il coperchio gira troppo velocemente, di macina piana, quando l’andatura è normale. Il termine macina sta anche per l’insieme delle due pietre macinanti o macine.
Si veda pure palmento.